Da qualche parte in Brianza, nella primavera del 2020. Che sicuramente passerà alla storia.

“Ti mando un video, così mi sembra di parlare con te e non da sola con il telefono”.

Anche raccontarsi in quel periodo non è stato così semplice e la storia di Marta inizia molto prima, il giorno in cui io e lei ci siamo conosciute, ovvero il giorno del suo colloquio di assunzione.

È arrivata fresca di laurea e con un gran sorriso aperto, allegro; quando le ho chiesto cosa riteneva potesse metterla in difficoltà ci ha pensato un attimo poi ha detto che, ad esempio, all’università ti raccontano un sacco di cose sull’autismo, ma come si può stare davvero in relazione con un bambino autistico, quello no, non lo spiegano. Dice che si ricorda che mi sono messa a ridere e ha pensato che non l’avremmo assunta. Ma non era così. Una settimana dopo l’accompagnavo a scuola conoscere Lorenzo. Un bellissimo bimbo riccio, di tre anni, con grandi occhi blu e un disturbo dello spettro autistico. Da allora sono passati tre anni.

“È così che nasce la mia storia con Lorenzo. Quel giorno camminava per la stanza e ci osservava, come se sapesse che eravamo lì per lui, poi con circospezione si è avvicinato e ci ha lasciato entrare piano nel gioco solitario che stava facendo con la farina. È stato amore a prima vista, almeno per me”. Marta si commuove mentre ricorda, poi ride, si asciuga gli occhi con il dorso della mano. Durante la quarantena tutto era amplificato, anche i bei ricordi, tutto era potente e suonava con forza le nostre corde profonde.

Riprende il racconto.

“I primi mesi mi ha messo duramente alla prova, ma è stato un anno bellissimo. All’inizio non voleva avvicinarsi al lavandino, non voleva sedersi a tavola, urlava, si buttava per terra in preda alla frustrazione e io pensavo che non ce l’avrei mai fatta. Poi con il tempo abbiamo iniziato a conoscerci e a fidarci l’uno dell’altra. Ha iniziato a mangiare e a farlo con la forchetta, a lavarsi le mani senza avere paura dell’acqua, a tollerare i compagni che gli giravano intorno. Il grosso del lavoro, è ovvio, lo ha fatto lui, ma per me era ogni giorno una nuova soddisfazione.

Dopo un anno è arrivata Daniela, quella che ancora oggi è la sua insegnante di sostegno. Una passione per la neurodiversità e per il suo lavoro, un passato da educatrice. Un secondo innamoramento in questa storia. Daniela ricorda quando la diagnosi era diversa e quando la neurodiversità di Lorenzo aleggiava nelle teste di tutti come un fantasma. Poi la diagnosi cambia, il suo progetto prende ancora più forma e quando si lavora gomito a gomito, quando ci si intende, le cose non smettono di essere complesse, ma si affrontano con un altro spirito.

Sul più bello è arrivato il Covid, le scuole hanno chiuso e il lavoro si è interrotto bruscamente.

Per un bimbo autistico una routine compresa e conquistata con fatica è un’ancora di salvezza, un rifugio sicuro, che la quarantena ha spazzato via in una notte. “Pensavamo che forse avrebbe fatto bene a Lorenzo fermarsi un po’, visto che la settimana precedente era stata faticosa e non voleva andare a scuola, vuoi la stanchezza o forse un momento di rifiuto. Pensavamo e speravamo fosse una situazione momentanea di breve durata, invece…” racconta la mamma. “Non erano più i giorni a passare, ma le settimane; ci siamo ritrovati tutti e cinque a casa 24 ore su 24. Diventava sempre più nervoso, forse la situazione iniziava ad andargli stretta, avrebbe voluto tornare alla sua routine quotidiana, ma non si poteva, bisognava restare a casa”.

“Il lockdown per l’emergenza Covid-19 ha stravolto la nostra agenda settimanale fatta di mille attività incastrate a mo’ di Tetris: logopedia, psicomotricità, musicoterapia, TMA. Il timore che Lorenzo perdesse le autonomie conquistate ci tormentava, non ci faceva dormire la notte e una domanda girava in loop nella nostra testa:” ci dice il papà “come e cosa fare per aiutare nostro figlio? Noi genitori di fronte a tutte queste avversità ci siamo fatti prendere dallo sconforto e da un senso di inadeguatezza lacerante”.

Per Marta il sentimento prevalente è stato l’impotenza, soprattutto nel vedere la fatica dei genitori di Lorenzo, privati di punto in bianco di qualunque supporto, e nel non poter essere d’aiuto. Ma il sodalizio che si era creato, anche e soprattutto con loro, era rimasto. E da quello Marta e Daniela sono ripartite. Si rimettono sui libri, studiano, approfondiscono, ripensano al progetto di Lorenzo calato in quella nuova realtà, in quella distanza. Riprendono a ricamarlo da dove avevano interrotto, trasformandolo in qualcosa di nuovo.

“La prima settimana è andata da dio” dice Marta, “Lorenzo era contento di vedermi, la videochiamata durava tantissimo, si proponevano delle attività e insieme alla mamma e al papà Lorenzo lavorava al tavolo con soddisfazione”. “Ma con il passare delle settimane” racconta la mamma, “diventa tutto più difficile. Lorenzo inizia a rifiutare le attività, è infastidito dalle videochiamate, Marta e Daniela propongono di far partecipare anche la sorellina e inizialmente va bene, ma dura poco”.

Si riparte di nuovo da capo e si riparte proprio da mamma e papà “In questo momento mi sento più di supporto a loro” dice Marta, “alla famiglia di Lorenzo che si sta riscoprendo come famiglia con un bambino diversamente abile”, ripensando alla propria quotidianità, ricostruendola per far spazio a questa neurodiversità.

Pensavano di non fare mai abbastanza e non si rendevano conto che stavano facendo tantissimo. Quella situazione è stata paradossalmente un’opportunità; nella quotidianità hanno visto tutti i piccoli grandi successi di Lorenzo che noi abbiamo visto in questi anni a scuola. “Proprio ieri sera è andato a dormire da solo nel suo letto e questo è frutto del lavoro e dello sforzo immane che stanno facendo la sua mamma e il suo papà per renderlo autonomo, per permettergli di crescere con i suoi tempi e lungo una traiettoria magari più tortuosa ma non per questo meno bella ed emozionante. Credo che questa situazione sia stata un’opportunità anche per me, per conoscerli come famiglia, ora li sento molto più vicini. Mi fanno entrare in casa loro tutti i giorni, quelli buoni e quelli meno, anche quando alzano la voce, anche quando Lorenzo si butta per terra e piange perché la mamma non gli dà le attenzioni che vuole, anche quando il papà si arrabbia e non è scontato, essere lì con loro in tutti questi momenti”.

“Lorenzo adora la musica e i libri con simboli CAA” , dice la mamma “ci fa partecipare cantando canzoncine e leggendo insieme, inizia a memorizzare canzoni e simboli, siamo felici perché questo è un modo per lui di esprimersi, per usare le parole che ancora non sono esplose completamente, che sono ferme lì in quella bolla di cui ancora non si è liberato e forse non lo farà mai completamente… se pur pesante, questo periodo ci è servito per conoscere più a fondo il mondo di Lorenzo, quel mondo misterioso dello spettro autistico, in cui, quando ci si riesce ad entrare, si scoprono tante cose belle”.

Prima di terminare il suo racconto Marta di è fermata, forse ancora un po’ commossa, e ha detto che si sente più consapevole di quella ragazzina che tre anni fa pensava di non essere assunta e sempre più convinta della scelta che ha fatto, del suo lavoro, anche grazie alla fiducia e alla stima che la famiglia di Lorenzo le ha dimostrato.

Dicembre 2020

L’abbiamo riletta questa storia, proprio qualche giorno fa, io e Marta. Ci sembrava preziosa e l’abbiamo tenuta in un cassetto. Aspettavamo il momento giusto per raccontarla. Purtroppo con il passare del tempo non è invecchiata e quello che abbiamo appreso tutti insieme in quei mesi che sembrano così lontani, ma anche così attuali, ci è servito e continua a servirci in questo autunno ancora così incerto. Siamo tornati a scuola e abbiamo capito quanto sia preziosa per i bambini e i ragazzi, anche con le mascherine che non lasciano intravedere un sorriso o un volto imbronciato e nell’impossibilità di toccarsi (diciamo che non lo facciamo…); allora andiamo a pescare in tutti quei sorrisi a distanza che ci hanno tenuti uniti, anzi, forse ci hanno legato in maniera speciale.

E nell’ascoltare e nel rileggere il contributo di tutti, in questa storia, si ha davvero la sensazione che sia un canto corale, in cui le voci si rincorrono e si richiamano a vicenda, in un’armonia che non è affatto naturale, ma frutto di un lavoro intenso, pieno di sbagli e di ripensamenti, ma anche di tanti successi e gioie.

Un grande unico grande ritratto di famiglia che mi fa pensare a quel proverbio africano che dice che per crescere un bambino ci vuole un intero villaggio.