Prima di essere portata in casa rifugio con mia figlia mi avevano detto che lì avremmo trovato un’altra ragazza con un bambino piccolo, ma quando sono entrata e l’ho vista ho pensato “Mio dio, ma è una bambina! Una bambina con un bambino!”. Non ho capito subito che aspettava un altro figlio. Mi ero accorta della pancia rotonda sulla figura minuta, ma William era così piccolo che pensavo fossero ancora i segni della sua prima gravidanza.

Era arrivata solo due giorni prima e mi è parsa subito felicissima di avere compagnia e di non dover dormire da sola in quella grande casa.

Viola è una delle persone più solari che abbia mai incontrato. Quello che con il tempo ho imparato ad apprezzare di più di lei è che nonostante tutti i problemi, la lontananza dalla sua mamma e dai suoi fratelli e la fatica di avere un bimbo così piccolo, aveva sempre il sorriso. Magari dopo una nottata passata in bianco era capace di stringersi nelle spalle e dire “Pazienza, magari stanotte andrà meglio”.

La sera, dopo che i bambini si erano addormentati, ci sedevamo in salotto, o sul terrazzo con il tempo bello, parlavamo dei bambini, dei suoi, della mia, della giornata, della nostra storia. Più lei, in realtà, io amo meno raccontare. Ho avuto una bella infanzia, felice, spensierata. Come dovrebbe essere. Ma non lei.

Mi ha raccontato del piccolo paese di campagna in cui viveva, del padre che pretendeva sempre di mangiare per primo e a lei toccava solo se avanzava qualcosa, che quando finalmente è riuscita ad andarsene di casa ha trovato ospitalità da un’amica che la faceva lavorare senza sosta in cambio di vitto e alloggio, senza neanche i soldi per un caffé. Ha deciso nuovamente di andarsene per seguire un ragazzo che le era parso gentile, premuroso, con una grande famiglia che le era sembrata calorosa e accogliente. Ma presto tutti hanno iniziato a dirle cosa fare, come vestirsi, a impedirle di uscire da sola.

Quando è nato William l’hanno costretta a letto per un mese, perché doveva riprendersi. Lei! Che è sempre in movimento! Sempre a fare qualcosa, a pochi giorni dal parto passeggiava per ore, anche se tutte le dicevamo di riposarsi, anche se le educatrici la pregavano di lasciarsi accompagnare al supermercato.

Aveva iniziato a correre la sera in cui era scappata e quel senso di libertà non l’aveva più abbandonata. E neanche il coraggio, che aveva avuto nel ripresentarsi poco dopo con i Carabinieri, per riprendersi il suo bambino. Quando glielo dicevo però rideva, “ma vah!”, mi rispondeva. Una donna adulta e saggia, nel corpo di una bambina.

Si andava d’accordo io e lei. Sempre disposta ad aiutare nelle piccole cose, cucinava per tutti dicendo “mangialo mangialo che è caldo”. Le piacevano le cose belle, cambiava continuamente di posto ai mobili, ai tappeti, sostituiva le tende. Ma chiedendo sempre il mio parere, che teneva in grande considerazione. Come io il suo. Era questo reciproco rispetto a cui non eravamo abituate, forse, a rendere così bella ed accogliente la casa.

Siamo arrivate in casa rifugio che mancavano pochi giorni a Natale. “Dai, vestiti bene” mi ha detto, “tu mi trucchi io ti faccio i capelli”. Abbiamo mangiato insieme a Natale e anche Capodanno. Abbiamo cucinato un sacco di cose: gli antipasti, il pollo arrosto, a mezzanotte siamo scese e abbiamo sparato i fuochi d’artificio. Ci siamo sentite una piccola, forse strana famiglia, ma allegra e felice, come a entrambe non capitava da tanto.

Nel frattempo la pancia cresceva e lei camminava e camminava e a questa strana famiglia si è aggiunta una bimba con gli stessi incredibili occhi penetranti di suo fratello, ma più seria e silenziosa. Appena nati hai paura anche solo di toccarli, per quanto sono delicati, ma ci perdevamo tutti per mezzore intere a guardala dormire. Anche suo fratello spesso passandole accanto la sfiorava piano con un ditino e ci faceva segno di fare silenzio.

Siamo diversissime io e Viola: età diverse, nazioni diverse, diversi caratteri e storia, diversi gli uomini che abbiamo incontrato; ma quello che raccontava era la stessa cosa che avevo vissuto io, parlare di loro era come parlare di due persone identiche, mi sembrava nelle sue parole di risentire la voce di mio marito.

Siamo state insieme troppo poco. Le istituzioni hanno logiche loro, incomprensibili e spesso ingiuste. Viola è dovuta tornare nella sua città, anche se avrebbe voluto restare qui. E anche io.

Sono sicura che in futuro ci vedremo spesso, tra poco è nuovamente Natale e mia figlia mi ha chiesto se lo passeremo insieme. “Magari non questo”, le ho detto. Ma presto.

Basta non voglio più raccontare niente, è un nuovo capitolo, poi si vedrà.