Era una domenica pomeriggio del marzo più strano di cui si avesse memoria. Gli alberi, ignari, proseguivano a fiorire, i raggi del sole entravano dalle finestre di Casa Cinzia, mentre dentro e fuori aleggiava un silenzio irreale.

Edita guardava Sonia, che colorava un album e ripeteva piano una filastrocca imparata chissà dove. Le accarezzava i capelli… E pensava: “Siamo salve”. Sì, il virus faceva paura, il tempo scorreva lento, la scuola mancava tanto, a lei, che da due anni ci lavorava come collaboratrice, e a Sonia, che frequentava il primo anno di asilo. Ma Edita sentiva che, finché fossero state a Casa Cinzia, non sarebbe successo loro niente di male. Le botte, le minacce, le offese dell’uomo che avrebbe dovuto amarle, ogni tanto ritornavano, nei sogni e nei pensieri. Ma rimanevano lì e non potevano più ferirle per davvero.

Jamila era nella sua camera; si sistemava i capelli e ripeteva: “Io sono… Tu sei… Egli è… Comme il continue?!”. Questo italiano… Bello eh, ma impossibile! Menomale che Monica, Daniela e Valeria (le educatrici di Casa Cinzia), da quando non aveva più potuto frequentare il suo corso, se ne inventavano di ogni perché potesse proseguire a studiare. Erano in contatto costante con la sua insegnante, si facevano passare i materiali e guai se le sentivano dire “non ho voglia”. Eppure, ogni tanto, la voglia scappava proprio. Il ricordo della violenza e della vita sulla strada face un male quasi fisico. Jamila avrebbe voluto solo spegnere tutto… Scomparire.

Ogni donna ha la sua vita, a Casa Cinzia: le educatrici lo sanno e lo rispettano. Chiedono loro di condividere qualche momento, ma l’obiettivo è accompagnarle, non “animare” le loro giornate. Aiutarle a rielaborare le ferite del passato, a trovare e mettere in campo le risorse nel presente, per prepararsi al futuro.

Con l’esplosione della pandemia la scorsa primavera, il tempo, una volta scandito soprattutto dagli impegni all’esterno delle donne ospiti e dei loro bambini, era diventato una grande pagina bianca da riscrivere.

Le educatrici, armate di mascherina, disinfettante e dell’entusiasmo di sempre, non avevano pensato neanche un secondo di mollare il campo, nonostante la paura del contagio, i turni da riorganizzare, le nuove regole da rispettare; ma si erano interrogate a lungo su come aiutare le loro donne a ripensare (… Ancora una volta) la quotidianità; di solito non partecipavano volentieri alle proposte “extra” di attività di gruppo, forse le sentivano come un’invasione della sfera personale di cui, a fatica, si stavano riappropriando.

Ma il tempo sospeso dell’isolamento, aveva compiuto un piccolo miracolo; l’impossibilità di vivere il “fuori”, faceva guardare il “dentro” con occhi diversi. Edita, con Sonia, e Jamila, scoprivano che mangiare insieme era più bello, come prendersi cinque minuti per raccontarsi alla fine del pasto o quando ci si incrociava negli spazi comuni. Così “la pagina bianca” si era riempita e animata. Di colori, sapori, profumi, sensazioni. Laboratori di cucina, di pittura, di creazione dei gioielli, ma anche di ginnastica e di danza. E, soprattutto, della fantasia delle educatrici e della rinnovata voglia di partecipare delle ospiti.

Anche oggi è domenica, ma è novembre. Gli alberi che si intravedono dalle finestre di Casa Cinzia sono ormai quasi spogli. L’estate è passata, le misure per il contenimento del contagio si sono allentate e poi di nuovo inasprite con l’arrivo dell’autunno. Edita ha ripreso a lavorare, Sonia ha iniziato il secondo anno di scuola dell’infanzia, Jamila sta proseguendo online il suo corso di italiano, è arrivata un’altra ospite. Una quotidianità vecchia e nuova allo stesso tempo. Quando Monica e le colleghe ripensano al periodo surreale del lockdown, tra le fatiche e le preoccupazioni, trovano ricordi che scaldano il cuore: Jamila che prova a ripetere le vocali italiane (“…Ces maudites!”) a ritmo di musica, con addosso la nuova, coloratissima collana fatta durante il laboratorio di creazione di gioielli; Edita che guarda un quadro che ha realizzato durante quello di pittura e dice commossa: “I’m very proud of me”. E, anche se il presente prosegue a sembrare una grande “pagina bianca”, sanno che è proprio da che troveranno sempre l’energia e l’entusiasmo per proseguire a riempirla.