8 marzo, ore 16.35. Un messaggio sul cellulare di Gianni: “Prova a pensare al “Dire Fare Crescere” a distanza, ci sentiamo domani”.

Era domenica. Gianni è il coordinatore del DFC, come lo chiamano sia educatori che ragazzi, ma non è una squadra di calcio anglosassone, si tratta di piccoli gruppi di ragazzi delle scuole medie che si ritrovano con gli educatori, un paio di volte la settimana, per fare attività e per fare i compiti. A scrivergli è il suo responsabile.

A distanza? Come si fa senza la partitella per scaricare una giornata seduti, senza la merenda con il solito che “no io quello non lo mangio”? Ma più importante ancora, come si fa senza gli sguardi mentre si gioca a UNO. Senza infilarsi nelle pieghe di un’equazione che non viene, per lavorare su altro, più in profondità. La prima reazione è di spiazzamento. Dopo quelli pedagogici seguono una valanga di dubbi pratici. Computer che mancano, connessioni scarse, case sovraffollate. Per noi il digital divide è materia di tutti i giorni, di molto prima della pandemia.

In tutto quell’arrovellarsi, in quella montagna di dubbi poi spunta una parola semplice, dice Gianni, ma importante per qualsiasi educatore che faccia con criterio il suo mestiere. Relazione. Perché è sugli infiniti significati e sulle mille sfumature di questa parola che si gioca, sempre in bilico, il nostro lavoro.

“Forse proprio tutto quello che avevo fatto fino a quel giorno era la base per poter ripartire da subito, dal giorno dopo quel famoso whatsapp, con una relazione a distanza. Relazione è relazione, è l’aver creato con quel singolo ragazzo un codice di entrata, è il desiderio di entrare in relazione appunto con il suo mondo, essere un punto di riferimento per tanti momenti del percorso, compreso questo. Che ci vede distanti”.

“Ci dividiamo i compiti”, mi racconta Gianni “e soprattutto ci dividiamo le telefonate da fare ai ragazzi. Sono diversi gruppi e una decina di ragazzi per ciascun gruppo. Ci aspetta un lungo pomeriggio. Tengo per me e per prima la telefonata con Omar”.

Omar ha 14 anni, è in terza media. Gianni lo chiama per primo perché è quello più difficile, che raramente ha voglia di studiare, che si porta dietro un bagaglio un po’ più pesante. Lui ha bisogno di muoversi, continuamente, si chiacchiera sempre mentre si fa con lui, non si può stare fermi.

“Ehi, ciao” tump tump tump

“ciao Gianni”

Sta giocando a palla, contro il muro della sua camera. Niente di nuovo, insomma. Ma no, che camera, Omar una stanza sua non ce l’ha. Si parla di come va la giornata. Faticosa. Star dietro alla scuola è difficilissimo. Fa poco, molto poco. Quando riesce si connette, poi immancabilmente salta la connessione e non riesce a seguire la fine della lezione. A Gianni sembra di vederlo stringersi nelle spalle, mentre continua a palleggiare. Tump, tump, tump. Niente pc, niente tablet, le lezioni le segue dal cellulare, ogni tanto. “Se lo avessero chiesto a me” dice Gianni “probabilmente non ci avrei neanche provato”.

Gli chiede a che ora finisce la giornata, quando va a letto. Al suono del pallone si aggiunge quello della risatina furba di Omar: “Alle 11.00!”. Anche Gianni ride “Ma come?! Le 11.00?”.

No ovviamente, Omar va a letto molto tardi, perché solo quando la sua numerosa famiglia dorme trova spazio per sé. Sono in sei in due locali. Difficile trovare qualunque tipo di spazio. Ma la notte, la casa è tutta sua. Può giocare alla play o al cellulare con il divano tutto per sé, fare anche qualche compito, se proprio è ispirato persino cucinare e mangiare, finalmente solo. La TV non la guarda perché è noiosa, ma non si lamenta, non è poi male.

È in quel momento che Gianni ci prova a proporgli l’allunaggio del DFC a distanza. Sicuro che Omar, con gentilezza, troverà il modo per sfuggire un’altra cosa che rischia di affollare il suo bilocale, per cui combattere con la banda sovraffollata dai suoi fratelli e dai vicini, con il video che va a scatti, le sue sorelline che litigano lì vicino e non gli fanno sentire niente.

Glielo spiega, Omar ha smesso di palleggiare. Ascolta in silenzio. Gianni aspetta che arrivi la scusa o una domanda, dei dubbi, le sue stesse perplessità forse.

“Ok” dice Omar dall’altra parte, tump tump tump “dimmi quando mi chiami, che mi faccio trovare sveglio”.