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Rete, legami, comunità, cittadinanza. C’è chi a queste parole non pensa, perché la quotidianità è già difficile e si sente di bastarsi e avanzarsi da soli, al massimo nelle relazioni più strette. C’è chi le usa nei progetti, nei bandi, nella teoria. E poi c’è chi, giorno per giorno, prova a tradurle in azione, a renderle vive. Come Alessandro, educatore e coordinatore di un progetto per le politiche giovanili di due comuni della provincia di Milano. Si chiama Piano Locale Giovani, PLG. Dietro tre lettere, un mondo. Ci sono gli incontri nelle scuole secondarie sul buon uso di internet e dei social network, sulla gestione dei conflitti, sull’orientamento scolastico e professionale, sull’intercultura. Ci sono le iniziative che partono dai ragazzi e si aprono alla cittadinanza, come quelle sul contrasto alla violenza di genere o sul ricordo di eventi della storia recente. Ci sono il caffè e le “due balle” scambiate con l’insegnante, il barista, il negoziante, l’assessore, per sentire cos’hanno da dire e per portare loro la voce dei ragazzi, oggi, e magari, domani, progettare qualcosa da fare insieme. Perché per crescere un bambino ci vuole un intero villaggio, come dice il proverbio africano.

E poi c’è il CAG, il Centro di Aggregazione Giovanile. Altra sigla, altro mondo. Il CAG è un servizio pomeridiano dove si incontrano ragazzi dagli 11 ai 19 anni, per fare sport, giocare, confrontarsi, tra pari e con gli educatori, a volte con un ospite del territorio che abbia qualcosa da raccontare. Ma che cosa cerca chi frequenta il CAG? A volte, “soltanto” un posto per passare il tempo e dove sentirsi meno solo. Altre, qualcuno con cui parlare e dal quale essere ascoltato, perché a casa è difficile farlo anche quando non ci sono problemi economici o rapporti complicati (e spesso ce ne sono). Poi c’è chi in famiglia, a scuola, nel gruppo non si sente abbastanza accolto, compreso, amato e allora al CAG porta la sua rabbia, il suo bisogno di distruggere… Cercando disperatamente, senza neanche saperlo, qualcuno che prima “stia” con lui in tutto questo e poi lo aiuti a ricostruire.

Alessandro, che fa questo lavoro da più di dieci anni, ricorda un gruppo che ha girato nel servizio dai primi anni delle scuole medie fino alla fine delle superiori; un vero e proprio branco, con tanta energia, carica, voglia di far sentire la propria voce e farsi notare con ogni tipo di comportamento deviante. Accadeva a scuola, in giro per il paese, e anche al CAG; giorno dopo giorno, i ragazzi hanno preso spazio, sia fisicamente (sempre i primi ad arrivare e gli ultimi a voler andar via), sia nei pensieri degli educatori, a volte ben oltre l’orario di lavoro. Racconta Alessandro: “Mi aspettavano sulla porta, appena mi vedevano iniziavano con fischi, urla, battute, prese in giro… Ma la differenza, rispetto a tanti altri adulti delle loro vite, è che io ci sono sempre stato. Allora da me, con il tempo, hanno accettato tutto, dalle incazzature alle carezze. È difficile, per chi non fa questo lavoro, capirne la complessità, la fatica e la bellezza di muoversi dal singolo per arrivare al gruppo e dal gruppo per arrivare al singolo, i tempi lunghi del lavoro educativo. Ma è sempre stata la mia passione, la mia dimensione naturale. Mi piace giocare coi ragazzi, e, attraverso il gioco, far emergere quei discorsi inutili, buttati lì apparentemente senza darci peso, che però aprono una porta, fanno sentire visti e ascoltati.” Ecco allora come durante una partita a biliardino si può parlare del perché il papà non lavora, o la mattina a scuola si è cercato di strozzare il prof con il flauto, o si è fatto a pugni alla pensilina degli autobus. Si può fare esperienza di sentirsi ascoltati e non giudicati, vivere una relazione diversa, e trasformarsi così da branco a gruppo, da adolescente deviante a uomo. Perché questo sono oggi quei ragazzi: chi si è riscattato dei fallimenti scolastici prendendo il diploma alle serali, chi viaggia per lavoro, chi è diventato papà. E quando oggi Alessandro li incontra in giro per il paese pensa stiano dando alla società molto più di quanto la società abbia dato a loro. È bastata un’occasione.

Con l’emergenza COVID, anche il centro di aggregazione e tutte le altre attività del PLG hanno dovuto prima fermarsi poi provare ad andare avanti in un’altra forma. Non è stato semplice. Per Alessandro e gli altri colleghi educatori, che vivono degli sguardi, dei sorrisi, delle arrabbiature, dei conflitti dei loro ragazzi. E per i loro ragazzi, che si sono visti venir meno da un giorno all’altro anche questo importante pezzo di quotidianità. Durante il lockdown, le videochiamate e le varie iniziative sui social hanno mantenuto la relazione, che però chiedeva a gran voce di poter tornare a vivere nella realtà. E siccome quest’estate non era ancora possibile aprire il CAG, è stato il CAG ad aprirsi ai ragazzi e ai cittadini. Le piazze e le strade del paese sono state il nuovo spazio di ritrovo: il cinema, il torneo di FIFA, il poetry slam, i murales, le attività di manutenzione e riqualificazione dei beni comuni sono solo state alcune delle iniziative proposte. Ora, arrivato settembre, il CAG può ripartire. Mascherine, gel disinfettante, distanziamento, incognite… Ma si può ripartire. E chissà che la pandemia possa essere l’occasione non solo per i ragazzi ma anche per la comunità di diventare un po’ meno branco e po’ più gruppo.

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